Una settimana in giro tra Irlanda, Galles e Inghilterra #3

Martedi' 9 settembre 2008

E' il gran giorno, il clou del nostro viaggio. Abbiamo tantissime cose in programma, ed e' ora di alzarsi...

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Ci accoglie la graziosa stanza da colazione del Forget Me not, con vista sul front garden e sugli altri B&B di Evesham Place. E la sottoscritta viene accolta da una full English breakfast, la migliore che io abbia mai mangiato: frutta, succo d'arancia, tea e un piatto su cui troneggiano rashers, bacon, eggs, tomato, beans, mushrooms e una sausage deliziosa. Sono le nove... non mangero' piu' fino alle cinque del pomeriggio!

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Piove un po', la classica pioggerella delle isole britanniche, quella che arriva con il vento, ti impedisce di tenere aperto un ombrello e passa dopo dieci minuti! Io di ombrelli non ne ho portati apposta, e tutto il mio armamentario e' impermeabile! Prima tappa... la casa natale di William Shakespeare, dove il Bardo visse da bambino e in cui e' stato ricostruito l'ambiente tipico della fine del 1500. All'interno c'e' anche una mostra, con reperti preziosi (il famoso First Folio) e oggetti dell'epoca, come una spada simile a quella che Shakespeare lascio' in eredita'.

La casa di Shakespeare ha l'aspetto tipico delle case elisabettiane, ovviamente, e da' perfettamente l'idea di come si doveva vivere una volta. L'unica cosa che non troverete visitandole... e' l'odore che doveva esserci all'epoca, quando non esistevano WC, il lavoro lo si faceva a casa dentro la quale arrivavano i carretti con il materiale: il padre di Shakespeare lavorava la pelle, immaginatevi gli effluvi!

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L'architettura elisabettiana e' il cuore di Stratford-upon-Avon, e a passeggiare per le sue strade sembra quasi di vivere un'altra epoca. In realta' e' solo apparenza, perche' ci sono biblioteche pubbliche e negozi come in ogni altra citta', ma qui e' tutto diverso... l'atmosfera e' rilassata, nessuno corre, non sembra esistere lo stress.

Nel pomeriggio passiamo in un negozio di fiori e prendiamo tre mazzi da portare a teatro: uno per Patrick Stewart, uno per David Tennant e uno per Greg Doran e il resto del cast.

E poi approfittiamo per portarli durante il secondo appuntamento fondamentale della giornata: il theatre tour. Un giro turistico all'interno del Courtyard, con una simpatica guida che rivela i segreti del teatro che la Royal Shakespeare Company sta usando come sede principale. Sorto nel giro di soli undici mesi e fatto interamente di materiale riciclabile, il Courtyard vivra' soltanto per un altro paio d'anni, dino al momento in cui non finiranno i lavori di ristrutturazione del Royal Shakespeare Theatre sull'Avon.

Uno spazio incredibile, in cui si rivive il modo di fare teatro dell'epoca di Shakespeare, quando il pubblico interagiva con gli attori e la scena era in mezzo agli spettatori.

Con oltre mille posti e diverse tipologie di biglietti (dalle 10 sterline della galleria alle 40 delle prime file) il teatro e' il "prototipo" di quello che sara' il Royal Shakespeare, ma un po' in piccolo.

Per questo il posto in cui gli attori passano per cambiarsi tra una scena e l'altra, e dove prendono i vari oggetti di scena, e' situato proprio dietro le poltroncine della platea, dove armadietti appositi ospitano costumi, spade, sedie. Piccolo anche perche' non c'e' molto spazio per i camerini, che sono in comune per la maggior parte degli attori della compagnia. Quando il Royal Shakespeare Theatre sara' finito, avra' spazi maggiori, e permettera' piu' movimento e piu' comfort per chi recita.

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Dopo il Tour facciamo altri giri in citta' e poi torniamo a casa, dove riposiamo i piedi e ceniamo con tea, biscotti, cheddar e tutto il resto che abbiamo acquistato al Tesco. Il dopo-teatro e' incerto, quindi preferiamo non rischiare di rimanere a stomaco vuoto.

La magia del teatro per me e' sempre stata quella del "potere della parola" (quell'affascinante capacita' di evocare scene, immagini ed emozioni senza altro ausilio) e la possibilita' di vivere questo potere nello stesso luogo e nello stesso tempo degli attori, condividendo con loro l'illusione di una vicenda che non esiste, se non nella mente di chi vi assiste.
Le mie piu' recenti esperienze teatrali mi avevano un po' tolto questo fascino. Non dico che vedere "Riverdance" a Dublino non mi fosse piaciuto (anzi!), ma mi sentivo quasi come fossi seduta al cinema: al posto dello schermo c'erano attori, ballerini e cantanti che erano li' con me, ma lontani, separati. Io ero comunque e sempre solo spettatore.
Con "Hamlet" al nuovo teatro della Royal Shakespeare Company e' stato tutto diverso.

Loro lo chiamano democratic theatre: poco piu' di 1000 persone che letteralmente *circondano* la scena e ne sono immersi. Al Courtyard Theatre nessun attore aveva un microfono, eppure l'acustica perfetta permetteva a tutti di ascoltare i respiri, i passi, lo schiocco delle labbra in un bacio...
Noi eravamo in seconda fila e abbiamo vissuto questa esperienza ancora di piu', ma durante il "tour" pomeridiano (e' sempre un'emozione poter calcare la scena, letteralmente!) ci hanno fatto visitare tutti i livelli del teatro, e vi assicuro che anche nella Gallery si era a poche braccia dal palcoscenico!

In queste condizioni, ho potuto godere di una messa in scena di Hamlet come mi ricordero' per tutta la vita. A parte un paio di eccezioni, in scena non c'erano gli attori, ma i personaggi. Non vedevo David Tennant, ma Amleto. Non Oliver Ford Davies, ma Polonio. Non Patrick Stewart, ma Claudio. Mariah Gale e' stata strepitosa nei panni di Ofelia, e forse solo Penny Downie era ancora un po' "attrice" (ma confesso che la parte di Gertrude non l'ho mai sopportata piu' di tanto, quindi forse sono io che sono pregiudizievole).
Pochissima scenografia, fatta *solo* con oggetti di scena (e non fondali), moderna ma senza disturbare, anzi... L'avanzata dei soldati di Norvegia nel quarto atto sembrava un attacco da Guerra nel Golfo, a creare un impatto emotivo immediato nel pubblico. Ho apprezzato la scelta perche' gli spadoni non avrebbero dato gli stessi pugni nello stomaco. Il patch of ground that hath in it no profit but the name assume un valore molto (troppo) familiare se ci pensate, a dimostrazione che la maggior parte delle tragedie di Shakespeare sono cosi' moderne da far paura!

Ho usato qualche fazzoletto, lo confesso. Vedere lacrime di paura, follia, rabbia, dolore crearsi negli occhi degli attori senza l'ausilio di colliri appositi e' un percorso emotivo che coinvolge piu' di quanto immaginavo. Sentire il respiro degli attori a pochi metri da me mentre creano l'emotivita' del proprio personaggio e' qualcosa di impagabile.

David Tennant e' uno splendido Amleto. Non avevo molti dubbi (e chi ha visto l'episodio "Midnight" di Doctor Who puo' capirlo), ma vederlo dal vivo sostenere senza apparentemente sforzo la parte piu' lunga mai scritta da Shakespeare e' stata una conferma!

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Fine serata con una nuova immersione nella folla della stage door. Di nuovo nessun segno di Patrick Stewart (che effettivamente in qualche scena ha tossito e aveva una voce piuttosto fioca al confronto della sua solita potenza vocale), ma riusciamo ad ottenere l'autografo dallo splendido Polonio, al secolo Oliver Ford Davies che ci ringrazia per i fiori che abbiamo mandato. Inoltre riusciamo a bloccare anche la fragile Ofelia, la splendida Mariah Gale.

Hamlet mi ha ridato la voglia di andare a teatro piu' spesso, anche se non credo che ce la farei a sopportare la visione "cinematografia" di qualche teatro nostrano! Magari mi sbaglio, ma mi sentirei privata di una partecipazione che ho sentito troppo forte per dimenticarla. Sara' stata anche la soddisfazione psicologica di realizzare un sogno di adolescente (vedere Shakespeare, recitato in un teatro "elisabettiano" nella citta' natale del Bardo), ma penso che terro' d'occhio il sito della Royal Shakespeare Company, e appena posso mi ritaglio un'altra vacanzina!

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